mercoledì 20 giugno 2012

real politica batte utopia 25 a zero

Giunta municipale di Napoli. Perde pezzi, uno dopo l'altro. E il Sindaco che fa? De Magistris risultò come il più amato dai napoletani e riuscì nella difficilissima impresa di battere le locali agguerrite conventicole di PD e PDL. Applausi, speranze, e qualche atto concreto nell'indicazione di nomi di prestigio a rappresentare l'amministrazione.
Dopo pochi mesi quel progetto sembra definitivamente naufragato sugli scogli aguzzi della politica reale. Che lascia solo i relitti di una fantastica utopia a cui molti avevano dato credito. Avevamo pensato e ci eravamo detti: ma non può essere sempre la stessa solfa.Questa volta  ci sono nomi di giovani, qualificati rappresentanti della società civile e delle professioni. Sarà la svolta!
Macché, siamo punto e daccapo. I nomi di punta se ne vanno, sbattendo  la porta. E rinfacciando al Sindaco di non aver tenuto fede agli impegni assunti al momento della costruzione di quell'equipaggio.
All'inquilino di Palazzo San Giacomo viene addebitata  una azione di governo pavida, insicura, di esclusiva facciata. Negli ultimi tempi, vistosi perso, ha addirittura auspicato che rientrino dalla finestra quei nomi di apparato PD che lui stesso aveva sbattuto fuori dalla porta, accompagnato dai peana e dai pernacchi popolari.
E' l'ennesima sconfitta dell'ideale, alto quanto si vuole, ma pur sempre distante dalle necessità reali e dalle difficoltà che comporta qualsiasi forma di amministrazione. Figurarsi a dover agire in una città disgraziata e priva di decoro civico come Napoli.
Caro Giggino, ci hai fatto fesso pure tu. Manco fossi Schettino, hai condotto in poche ore di navigazione la nave ad adagiarsi su un fianco. 
E pur continuando ad essere convinto che tu sia meglio della tua imbarazzante alternativa proposta dalla destra, devo con tanto rammarico prendere atto ancora una volta che con le parole, gli slogan, i richiami ai valori etici non si va da nessuna parte.
Aspettando il prossimo Masaniello!

giovedì 14 giugno 2012

questa è la fine , signor tassista

 catalanoguido

questa è la fine
strepitosa ragazza
sì, questa è la fine
finalmente questa è la fine
ce la siamo sudata
è stata una lunga, lunga camminata
e così
questa
è
la fine
(tutti insieme: oh yea)
non ti scusare per le cattiverie
spesso le cattiverie sono verità
e la verità è cosa buona, giusta e santa
buona come il pane
non ci si scusa per il pane
e non ci si scusa per la pioggia
non ci si scusa per i baci
non ci si scusa per i meravigliosi gatti
non ci si scusa per il cielo azzurro
non ci si scusa per i tetti
non ci si scusa per gli occhi verdi
non ci si scusa per aver detto a un uomo:
“tu non sei stato il mio più grande amore”
(tutti insieme: oh yea)
questa è la fine
generosa ragazza
sì, questa è la fine
è giunto il tempo di andare
qualcuno gentilmente può chiamarmi un taxi?
e mi porti dove crede signor tassista
guidi piano che soffro
il mal di macchina, intendo
no, signor tassista non sono lacrime queste
è pioggia
sì lo so che non piove signor tassista
non si preoccupi per la mia faccia
lei guidi, guardi avanti e taccia
verso est?
verso est va bene
e se ti chiedo ti tornare indietro non farlo
(tutti insieme: oh yea)

mercoledì 13 giugno 2012

lettera ad un padre

Caro Mimmo,
ti scrivo nella notte tra il 3 e il 4 giugno 2012. Nella notte, cioè, in cui compi cinquantanove anni. Lo faccio perché sono incapace di farti altro regalo che non sia questo. Lo faccio chiamandoti per nome perché non sei solo mio padre, ma anche amico e complice, in questo momento, in questo periodo in cui non ho ancora smesso di esserti solo figlio e però vivo ancora con te e con la mamma. Lo faccio perché sei anche una guida, e arriva sempre il momento in cui il tuo spirito guida ti dice che puoi chiamarlo per nome.
Io so che tu sei Jimi Hendrix. Da piccolo guardavo il quadro del vecchio Jimi nel salone ed ero convinto che fossi tu, che tu fossi negro. Tu da giovane eri così, sempre abbronzato e magrissimo, con quei capelli riccissimi e neri. Sei il rock e il jazz, il blues, tutta la musica che mi hai passato senza spiegare. Tu sei Otis Redding che fischietta quella canzone sul molo. Sei i quadri che hai dipinto e che nessuno conosce perché non ti sei mai spacciato per pittore. Sei tutte le lampade e gli oggetti che hai costruito con le tue mani mentre mi raccontavi le trame dei film di fantascienza. Sei il Boris Vian de La schiuma dei giorni, che forse non hai neppure letto, ma sei proprio tu e vuoi salvare a tutti i costi la povera Chloè. Io ti ho visto rimanere sveglio per due giorni quando non sono stato bene. Ti ho visto rincorrerti e poi smettere per dedicarti alla mamma. Quando racconto di te in giro, quando racconto tutte le cose che so di te e che tu neppure sai, ho di fronte un pubblico in adorazione; perché, papà, la gente pensa che esistano le persone interessanti. Pensano che tu sia un tipo strano, un papà originale, ma non è quello il punto, e ogni volta devo spiegarlo. Se c’è una cosa che ho imparato da te, infatti, è che non esistono le persone interessanti: esistono le persone, punto, quelle vere.
Adesso che ci penso sembra che stia scrivendo da orfano. Ma non è così e tengo a precisare che sei vivo e vegeto, e che ti scrivo pubblicamente, da vivo a vivo, non solo per farti un regalo o, peggio, per un malcelato desiderio di autoviolazione della privacy; ti scrivo in questo modo perché se c’è una cosa che non si fa o si fa in maniera retorica, è ammettere quanto si sia debitori, nel bene e nel male, a un genitore. Potrei dire che i miei maestri si trovano tra i libri e i dischi, tra i filosofi e gli esegeti di questi tempi malaticci; ma io non sarei mai arrivato a quei libri e a quei dischi e a tutto il resto se non fosse stato per te. Soprattutto, tu oggi compi cinquantanove anni e li porti come dovrebbe portarli un uomo della tua età, e sei arrivato a questa età senza nascondere il peso e le amarezze che la contraddisintguono. Non ti sei nascosto, mai, e di questo soprattutto ti sono grato. In te ho visto l’uomo, non il feticcio inesistente che di volta in volta necessitiamo di innalzare a mito o distruggere, secondo la moda del momento. In ogni mossa sei stato tu, non un altro, l’unico Mimmo Montanaro che esiste al mondo. Porti il peso delle tue scelte e delle tue responsabilità come si porta sulle spalle un bambino: nel più naturale dei modi.
Arriva un momento – per me è arrivato molti anni fa – in cui comprendiamo che i nostri genitori sono uomini e donne, prima ancora che padri e madri. Uomini e donne che ci hanno messo al mondo e che con noi hanno imparato un mucchio di cose. Quel momento è molto traumatico e per me lo è stato, in effetti; ma al tempo stesso è stato un passaggio necessario. Così è stato necessario vederti soffrire e gioire, e poi ancora, per comprendere che sei un uomo; e che tipo di uomo sei. Come genitore non mi saresti bastato, in una vita intera non ci si può accontentare di esser solo dei figli per un genitore. E viceversa.
Così c’è stato quel viaggio. Tre anni fa, in questa stessa parte dell’anno. Io dovevo fare una cosa a Roma e l’unico modo che avevo per andarci era andarci in auto con te. Io lo sapevo che non ce l’avrei fatta in altro modo. Te l’ho detto come un gioco, “Andiamo a Roma”, e lo hai saputo anche tu, che era per me che dovevi farlo. Hai guidato tutto il tempo, per una notte e un giorno, e mentre io ero con gli altri tu sei andato a vedere Caravaggio per gli affari tuoi. Ci sei stato senza dire nulla, senza aspettarti nulla in cambio, come ci sei sempre stato non solo come farebbe un padre, ma con qualcosa in più. Questa cosa io spero soprattutto di imparare da te, la disponibilità umana. Che significa fare quel che si può e anche qualcosa in più, e non chiedere nulla in cambio. Non so se ne sono capace, anzi, sembrerebbe di no. Ma ho tempo per migliorare. Intanto non si contano le volte che mi hai raccolto in condizioni pessime, non si contano.
Sopra ogni cosa, però, mi hai insegnato a usare la mia testa. Mi hai insegnato il dubbio che viene dopo l’ascolto, solo dopo l’ascolto. Non mi hai negato nessuna esperienza, però so che non mi avresti perdonato se mi fossi mosso senza usare il mio cervello. A vent’anni, con netto ritardo rispetto a te o alla mamma, mi sono avvicinato alla politica. Avrebbe fatto comodo un figlio che la pensava come te, ma sei allergico al pensiero chiuso in se stesso e anche quando mi sono avvicinato al partito con la falce e il martello mi hai detto: “Ascolta tutti, ma usa la tua testa”. E così è sempre stato anche in seguito, in tutti gli ambienti che ho frequentato o che frequento. Così ho poi fatto anche con te e infatti non andiamo d’accordo quasi su niente, anche se a volte ci contraddiciamo solo perché siamo simili e innamorati allo stesso modo della chiacchiera e dell’esercizio retorico che impedisce di dar ragione agli altri.
Ti scrivo in un anno molto particolare. Mi sono accadute cose molto intense, diciamo così, cose che – pensavo – sarebbero arrivate, come dire, un po’ più dilazionate nel tempo (un po’ prima o un po’ dopo). Cose che ti fanno perdere il controllo, che ti fanno montare la testa o te la fanno perdere del tutto; eppure ritengo di avercela ancora sulle spalle, questa mia benedetta testa, anche un po’ più di prima (buona o cattiva che sia, non ha importanza, è sempre quella). Ecco, se tu ateo non mi avessi insegnato a non essere uno stupido e blasfemo materialista, se tu, a volte raggomitolato tra i tuoi fantasmi, non mi avessi insegnato l’apertura e la curiosità verso gli altri e l’inutilità e la volgarità della prevaricazione e del possesso a tutti i costi, se tu non avessi incoraggiato il mio spirito critico, probabilmente le cose che mi sono accadute mi avrebbero mangiato vivo. Invece mi hanno solo rosicchiato qui e lì. Sono tutto intero, Mimmo. E, a quanto pare, più passa il tempo e più ti assomiglio, anche fisicamente (anche se tu alla mia età i capelli li avevi fin sulla fronte, o almeno così dice la mamma).
Ecco, se io dico queste cose in pubblico, non è solo per vantarmi d’avere un buon padre; ma per dire che persone così esistono. Non si tratta di santi o divinità, ma di uomini, e questo è quanto trovo di buono ancora nell’umanità a trent’anni.
E c’è poi un altro motivo: perdiamo l’abitudine a dire le cose in tempo. Per orgoglio o imbarazzo, manchiamo l’incontro. Ma una cosa che ho imparato a mie spese, e anche, purtroppo, guardando alle tue esperienze, è che le persone ci sono quando e finché ci sono; dopo è troppo tardi, perché vanno via (e ne hanno tutto il diritto) o muoiono o che so io. E allora certe cose bisogna dirle in tempo. Non c’è altra scelta, e fanculo a cci ni voli male.
A proposito: quando le cose non vanno tanto bene, prendo a canticchiare (tu dici che non lo faccio mai, ma non è vero) quella canzone di Cat Stevens che spesso tu hai cantato a me. E allora per farti un piccolo sgarbo (è il massimo dello sgarbo che posso permettermi a quest’età) la metto qui nella versione di Johnny Cash, artista che tu non hai mai amato particolarmente – e questa è l’unica cosa che non ti perdono, ma fai ancora in tempo a recuperare, i dischi li ho tutti.
Auguri, papà. Cinquantanove non sono pochi e non sono molti. Non ci crederai ma anch’io un tempo ero come te, e so che non è facile, sei ancora giovane, e questa è la tua unica colpa…
Come continua?

lunedì 4 giugno 2012

se scelgo il silenzio..

In questo Paese, per la causa della libertà di opinione o forse anche parzialmente a ragione di essa, c'è stata una guerra civile. Di cui più passa il tempo e minori sono le possibilità di ottenere informazioni effettive. Cioè che non siano il frutto della violenza dei vincitori o del vittimismo dei perdenti. I quali ultimi, sotto spoglie svariate, sono da tempo riemersi a far capire che potrebbero pure aver perso una battaglia, ma la guerra vera è ancora in corso e le truppe della loro crociata non hanno mai smesso di pugnare.
Per uscire dal cul de sac, accettiamo una specie di dogma: la libertà di opinione esiste in Italia.
Qualche esempio apparente potrebbe ricavarsi dai social network e dai blog. Io mi faccio il mio blog e scrivo un diario interattivo, concetto ad onor del vero un po' antitetico, ma che dovrebbe riflettere il mio pensiero ovvero il maldipancia del momento. Il sistema è così concepito e i mugugni rispetto alle tante castronerie che viaggiono per il web sono malposti. Questa è  la nuova realtà virtuale alla quale "bongrè malgrè" dobbiamo adattarci.
Personalmente ho aderito da qualche anno alla soluzione blog e mi presento ai miei improbabili lettori come etrusco. Nel frattempo ho ceduto anche alla voglia facebook, inserendomi in siti dove in prevalenza ci sono giovani "postatori".
Che in qualche caso dicono fesserie a iosa, senza il minimo controllo neppure della logica delle esternazioni. Credo sia profondamente giusto. Avere poco più di venti anni e rimasticare pochi elementi cognitivi digeriti in famiglia oppure sproloquiare per slogan è un diritto! Il fatto stesso di rendere per iscritto un'elaborazione mentale porta avanti con il lavoro. Che, ahiloro, si completerà con il passare degli anni e la constatazione che molti degli argomenti di tradizione familiare si sono dimostrati superati dai tempi ovvero in contrasto con la realtà percepita. E che tante delle avventate frasi della gioventù assumeranno addirittura un sapore beffardo, se confrontate con un'onesta analisi delle vicende della propria vita.
A questi giovani l'augurio di poter sempre continuare ad esprimersi secondo coscienza. Anche quella che nel tempo matureranno e che potrà porsi in antitesi completa con gli odierni ardori.
Diventa invece assai difficile accettare le parole di soggetti di età avanzata che, ancora oggi, a distanza di sessantasette anni dalla fine della guerra, continuano a parlare come se stessimo affrontando il referendum costituzionale sulla forma della nazione ovvero stessimo vivendo il clima di frontismo degli anni '50.
E' passato il tempo anche per loro? Hanno vissuto o si sono fatti ibernare nel frattempo? Solo una possibilità del genere rende plausibili le loro "intemerate" populiste ovvero parole che sono soltanto susseguirsi di slogan in voga nell'immediato dopoguerra. Che cosa hanno fatto questi signori nel frattempo? Hanno partecipato alla lotta in prima persona pagando tutti i prezzi che l'esposizione comporta? Oppure si sono semplicemente ritagliati il ruolo di grilli parlanti con riserva di ogni forma di censura?
E ancora: snocciolare "pronunciamenti" senza un filo logico, privi di una proposta concretamente adattabile alle necessità del momento, è operazione di intelligenza politica?
Io credo proprio di no. Ed è ancora più amaro prendere atto di fenomeni del genere se provengono da soggetti in teoria capaci e qualificati. Occasioni perse per i contesti di riferimento e persino umana delusione: fare i conti con se stessi è sempre l'esame più difficile.

mercoledì 30 maggio 2012

Giorni di cattivi pensieri

Giorni di pensieri cattivi.  Oppure, forse meglio, le angustie da prima pagina.
1) perché a morire di terremoto sono sempre gli operai? Quale forza disperata di attaccamento alla propria fonte di reddito induce o costringe tante povere persone a non allontanarsi dalla sede di lavoro, nemmeno quando sta crollando tutto?
2) Ricordare a tutti che in caso di terremoti le chiese non sono posti sicuri. A ciascuno la propria devozione, ma non venga in mente di affollare i luoghi di culto. Le nostre chiese, talvolta meravigliosi esempi di passate architetture, sono posti pericolosi. I denari raccolti dai fedeli e dallo stato sono normalmente impiegati per la sopravvivenza del clero, mentre il patrimonio immobiliare è invece sistematicamente trascurato. Volte , tetti, arcate, campanili: tutti da revisionare e da porre in sicurezza. In quei posti è più facile essere travolti da crolli di macerie. Lo sa bene il povero prete che per recuperare una statua di madonna è rimasto sotto una trave. Tenerissimo esempio di attaccamento, ma anche grave dimostrazione di incoscienza: per recuperare una statua di gesso non deve morire un uomo.
3) Rigor montis cerca di cacciare gli attributi. Ma il coro dei pretoriani lo costringeranno a ricoprirsi. Aveva detto, quasi per caso, una serie di cose giuste: Tipo: questo mondo del calcio, fatto da privilegiati che non conoscono crisi e ottengono sempre di più, ci ha rotto le scatole. Laddove ci aspetteremmo difesa di valori etici, quali impegno e lealtà sportiva, ci troviamo al cospetto del peggio dei mali italici: corruzione, prossimità ad ambienti malavitosi, turpe presa in giro dei tifosi e dei loro slanci. E allora, dice a mezza voce il capotecnico italiano, sarebbe il caso di prevedere una sospensione di due  o tre anni dei campionati.
Una cosa fantastica, a mio avviso. Consentirebbe ai milioni di abbelinati e rincoglioniti di tifo una pausa adeguata per disntossicarsi. Magari pensando un po' più a se stessi e meno ai loro idoli miliardari. Specialmente se sono giovani, potrebbero indirizzare forza e desideri verso qualsiasi altro valore che sia davvero tale. Allontanando dal Paese questa orda di ricottari che, a vario titolo e scrupolo, gestiscono le scommesse sportive.
Non se ne farà nulla: è una proposta troppo seria per una nazione discarica, gestita fino ad ieri da un capopolo a pompetta, impegnato nel "burlesque".
4) Un forte grido di popolo: abolite quella pagliacciata di parata del 2 giugno e destinate le risorse ai terremotati. Uditi i boatos, il capo condominio del quirinale tenta di prenderci sublimemente per il culo: la facciamo sobria, però!
3 milioni di euro non sono una cifra da capogiro. Ma in un momento in cui si intenda recuperare sia pure in parte minima il decoro nazionale, anche piccoli esempi non guasterebbero. Alla fine prevarrà la ragion di .. stato. I militari non vedono l'ora di mettersi quelle belle divise da parata. Truppe cammellate e carri viareggini sono impazienti di mettersi per via dei Fori imperiali, con tanto di pattuglia aerea rombante. La celebrazione massima della retorica statale, che non serve ad un cacchio, come tutti sanno, primo fra gli altri l'amministratore migliorista (?). Massimamente in un momento terribile per i migliaia di senza tetto e senza posto di lavoro. Si farà, ma sarà " in tono minore, dedicata alle vittime del terremoto". Mr. president, please, ci spiega un poco meglio Ke vordì? Leverete qualche medaglia ai generalissimi da operetta, luciderete meno le fanfare? Dimezzerete il rinfresco o i pennacchi ai corazzieri? Mancano ancora due giorni e un rigurgito di serietà è ancora possibile! 
5) Forminchioni. Frater militiae sanctae. Casto, solidale e memore. Ma perché non te ne vai a fare quello che, a mio fortissimo avviso, è il tuo sport preferito? Cioé a prenderla nel c.. Un'intera nazione, a cominciare dalla tua regione, avrebbe immenso giovamento dal tuo indirizzamento ad ovest o al lato "b". Ci risparmieremmo l'ennesima fuga di panzane e sconfessioni sul tuo caso. Hai preso i soldi? Bravo, ma al tempo stesso è suonata la campanella di fine turno. Scappa con il tuo circolo di sodali e goditi il maltolto. Tu saprai bene come utilizzarlo.. però allontanati e apri pure la finestra per far passare l'aria puzzolente che ci lasci.

lunedì 28 maggio 2012

La menzogna come presupposto

Nella piazza simbolo della fede, un gruppo di giovani. Con una grande foto di Emanuela Orlandi. Chiedevano che il papa parlasse anche del misterioso caso o che almeno nominasse la giovane scomparsa. Niente! Come sempre arroccata in difesa, la chiesa di Roma oppone il suo pesante carapace alla richiesta di verità. Mostrando in questo comprensibile  coerenza. Che nei secoli è stata la ragione della propria continuità: utilizzando il doppio binario dell'occultamento del vero e della opera di diffusione di ogni forma di ipocrisia. Questa è l'istituzione, capace di superare tutte le crisi, persino quella gravissima della fine del potere temporale. L'istituzione opulenta, carica di ricchezze materiali sottratte alla gente normale che crede. E spesso veramente ispira la propria vita ad alcuni principi di sobrietà umana e spirito di solidarietà.
Ho conosciuto persone e famiglie che hanno fatto proprio l'aspetto spirituale dell'insegnamento cristiano. Persone fantastiche, capaci di slanci di generosità impensabili per assistere malati, bisognosi, bambini rimasti da soli. Anche quando per loro questi gesti comportavano pesanti sacrifici.
E poi ho conosciuto tanti falsi credenti, osservanti per opportunismo, ipocriti capaci delle peggiori umane nefandezze, salvo poi presentarsi puntualmente alle funzioni domenicali ed ai sacramenti. 
C'è stato un tempo non lontano, dopo la guerra, nel quale essere atei o di altro credo, equivaleva ad una condanna sociale, all'emarginazione progressiva dalle opportunità di vita e di lavoro.
Nella grande azienda che ho frequentato, c'erano circoli di ispirazione religiosa più o meno nascosti, dove l'appartenenza e l'affiliazione significavano vantaggi in termini di progressione lavorativa; e per contro, essere accostati a sindacati o ad organizzazioni di sinistra comportava un automatico ostracismo.
Ma se torniamo ai nostri giorni, queste forti scosse che  attraversano tutta l'istituzione chiesa, rappresentate dal calo vistoso dei credenti, dagli scandali finanziari, dalle denunce per pedofilia ed omosessualità, dalle laceranti tensioni in periferia, dagli scontri cruenti tra le fazioni vaticane, dovrebbero far riflettere.
Il soglio di Pietro è invece irremovibile. Sa bene che qualsiasi concessione nel senso dell'apertura dei sepolcri coperti e dell'ammissione delle colpe  porterebbe in breve alla dissoluzione della "company". Che è  la più antica e che al suo pubblico vende da sempre la stessa merce: ricatti morali, spauracchio della morte, mercimonio delle indulgenze, mercato di qualsiasi evento umano, condizionamento delle coscienze.
Un esperto di marketing direbbe: "brand" vincente non si tocca! E allora, nemmeno questa apparentemente fragile figura di papa cambierà. E se anche volesse, non glielo consentirebbero le conventicole che ne condizionano pesantemente l'agire.
Un'occasione sprecata per quei giovani manifestanti che aspettavano in piazza uno squarcio di umanità. Questa chiesa ha paura di loro e della possibilità che il villaggio globale riveli una ad una tutte le atrocità coperte dalle menzogne cattoliche.

lunedì 21 maggio 2012

tifosi onesti

Diciamola tutta: che cosa c'è di meglio che la passione? Tutti quelli che hanno provato lo sperdimento della ragione per un sentimento, per un'idea, per un progetto, mi comprenderanno. E' bello lasciarsi andare, perdere i contatti con la razionalità e tornare allo stato primordiale dell'istinto. E' una pausa dai momenti della responsabilità, della coscienza. E la vita vale la pena di essere vissuta proprio per questi lampi che si aprono nella normalità della vita di tutti i giorni, allontanando anche se per un poco ansie e pensieri tetri. 
Chi ha vissuto come me una gioventù ispirata dalle le passioni della politica, mi capirà. Ancora oggi, a distanza di oltre quarant'anni, rivedo alcuni dei compagni di viaggio di quei momenti per noi epici. La nostra meravigliosa incoscienza ci portava a credere fermamente anche negli spropositi che gridavamo come slogan e che animavano i nostri giorni e le nostre notti. Notti di occupazione all'università, di paure e di piccoli eroismi. Ma anche di innamoramenti repentini o di odii improvvisi. Di famiglie che rompevano e che minacciavano misure draconiane. Di amici che non condividevano e ti facevano sentire isolato come i giorni dei "filoni" a scuola. Ma c'era tutto, specialmente l'entusiasmo degli anni verdissimi ed il passaggio pieno di incognite ad una vita adulta.
E così mitizzavamo i nostri leader studenteschi che ai nostri occhi  sembravano coraggiosi, lucidi e decisi.  Le stesse tensioni emotive che riservavamo ai campioni dello sport. C'era, è vero, una non trascurabile corrente di pensiero giovanile che ci ricordava che anche quelle erano figure borghesi, da cui prendere le distanze, ma alla fine la passione per i colori della squadra o per l'atleta del cuore avevano il sopravvento.
Poi insieme agli anni sono caduti molti veli del  mondo dello sport. Lasciando trasparire la trama sempre più scadente e compromessa di quel mondo. Figure di mercenari pronti a comprare e vendere tutto, marchettisti un tanto a parola, falsi profeti che curano esclusivamente i propri interessi. Insomma un mondaccio fatto di uomini indegni di ricevere tributi di passioni e di entusiasmi della gente normale. Che va a lavorare in condizioni impossibili per tirare avanti. Che sopporta l'indicibile dai vari "caporali" che incontra. E che al momento opportuno vorrebbe credere almeno in qualcosa.
Con il tempo ho accettato l'idea che una partita di calcio è soltanto uno spettacolo. Se accetto di vederlo non devo farmi tante domande, ma solo godere del bel gesto tecnico o della coralità di una manovra. Senza chiedere di più. Gli uomini bandiera? Scomparsi. L'amore per una maglia? Solo a condizione di essere lautamente compensati. Ed insieme a tutto questo incontri venduti, giocatori disposti a tutto. Un minuetto cadenzato dal ritmo del denaro, scandito da enormi interessi in ballo.
E con questo, nel mio caso, è finito il tifo. Anche quando la mia squadra vince, resto a farmi tante domande. Ed a chiedermi se è giusto che ancora tanta gente si getti nelle strade a gioire e sia disposta a fare sacrifici per dare lauto alimento ad un mondo fatto di sfruttatori e mercenari.
Scusatemi, ma io mi riprendo la mia libertà di fregarmene.