giovedì 4 marzo 2010

Come affrontare il lutto


Nell'anticamera di uno studio medico di solito la gente è raccolta su se stessa. Pensa ai guai suoi, magari seri. Occasione per scambiarsi brandelli di umanità, una parvenza di sensibilità sociale. Me ne stavo quieto a leggere il mio quotidiano, soffermandomi sull'"amaca" di Serra. Al mio fianco una "sciuretta" che si affannava tra le foto a colori di un giornale di "gossip", molto presa dal dramma di una delle solite "note", straziata dalla dipartita della amata gattina "Fifì". Sono un amico dei gatti, animali che trovo straordinari per indipendenza e personalità. Mi sono anche chiesto che cosa avrei provato se il mio "Zuchino" mi avesse lasciato. Sono quasi certo. Non sarei andato oltre una silenziosa elaborazione del mio lutto. Diversa la reazione della diva coscialunga, che ha versato lacrime davanti ai fotografi. E tutto poteva finire così. Ma la lettrice del sacro testo, alzando gli occhi, mostrandomi l'articolo ha preteso la mia "sympathia" allo strazio della sventurata attrice. Ho laconicamente risposto che in questo momento ci sono molti fatti tragici nel mondo e tanti problemi più seri. Ha incassato, ma dopo un minuto ha rotto il silenzio :"Ma che mi potevo attendere da uno che legge un giornale del genere.. " Subito sostenuta da un signore benpensante : "lasciatelo perdere, farà parte anche lui della cricca al potere". Sono stato bravissimo, mi sono alzato, li ho salutati e ho atteso in piedi il mio turno di visita.

domenica 21 febbraio 2010

le insostenibili pulsioni verso l'indifferenza


Ci sono periodi di particolare confusione in cui tutto sembra essere messo in discussione. Persino i convincimenti più consolidati, quelli che fanno parte di noi stessi. C'è da chiedersi perché questo accada. E la risposta sarà variegata e legata a fattori interni, come il tempo che passa, gli entusiasmi che scemano; alle pressioni esterne che indirizzano le persone verso un pensiero unico, omologato, prodotto dallo stato di sconcerto. Quando si diventa scettici rispetto a tutto spesso la conseguenza è una fuga dalla conoscenza. Aggrediti dalla relatività dell'esistenza e dal timore di essere vittime inconsapevoli di manovre sopra le nostre teste, ci rifugiamo nella ricerca della spiritualità. Ci sarà pure qualcuno che regge o tira i fili di tutto questo ambaradam? E allora, che ci dia una mano in queste ambasce! I maghi, le cartomanti e tutti i persuasori occulti diventano così essenziali. I guru dell'astrologia poi? Ne conosco uno, furbo come pochi, che ha tra i suoi "protetti" molte signore della società, chiamiamola bene, di Napoli. Foraggiato con sostanziosi e nascosti mezzi liquidi, il nostro fa ritrovare alle ferventi sue credenti il trigono o l'ascendente in terre lontanissime. Australia, Bora Bora, altre località da turisti facoltosi. La concentrazione astrale non può mai ritrovarsi in terre vicine, magari Latina o Campobasso, ma sempre in dorati paradisi turistici. Non mi appassiona sapere se anche rispetto a queste mete di viaggio il nostro lucri la sua percentuale. E' possibile. E' comunque grave che persone dotate di cervello e capacità di discernere si facciano così pesantemente infinocchiare da un furbastro, magari di fascino, ma sempre da un venditore di fumo. Vanna Marchi, le sue fatture, le sue minacce e le sue estorsioni ai danni di persone in difficoltà ci ricordano la possibile portata criminale del fenomeno. Ma queste orribili escrezioni del nostro vivere trovano il fondamento nella necessità di fuga da una realtà troppo brutta e troppo manipolata.

giovedì 18 febbraio 2010

Sanremo, vero rapporto Censis sullo stato della nazione


Il rito, la liturgia sanremesi sono uno specchio fedelissimo degli italiani, dei loro gusti, delle tendenze nazionali. C'è poco da far flanella con intellettualismi di maniera. I commenti sui giornali si sprecano. Si parte da chi prende le distanze, affermando falsamente di non averlo mai visto; chi grida sdegnato sullo stato dell'arte e dello spettacolo; fino a posizioni meno rigide di cauta ammissione di essere stati un po' a guardare, ma delusi della pochezza di aver preferito diverso intrattenimento. Io non riesco a vederlo tutto, ma ci provo. Perché lo faccio? Da anni nutro la convinzione che lo sbracamento sanremese di ogni anno rifletta l'Italia meglio del rapporto Censis. Ci sono tutti gli ingredienti veri del Paese reale: la lobby di potere per la gestione, la imposizione dei protetti del periodo come autori e conduttori, la scelta dei cantanti più "promossi" dalle case discografiche e dai produttori, il vincitore predestinato che riceve luce direttamente dal potente di turno. La povera colf-conduttrice Clerici arriva persino a farmi pena per la sua imbarazzante inadeguatezza, per i piedi con i calli, per i tendaggi che ne drappeggiano il corpaccione, per il colore inverosimile dei capelli. Poi penso che se sta in quel posto ci sarà pure un motivo. E che per fare le figuracce che fa riceve compensi dorati, ovviamente pagati dai poveri contribuenti italiani, via canone e attraverso tante altre meno conoscibili strade. Così alla pena si mescola la rabbia. Il livello delle canzoni di quest'anno, o meglio di quelle che in due serate sono riuscito a sentire, non si discosta da quello di passate edizioni. Quasi tutte da dimenticare per pochezza armonica, irrilevanza dei testi, assenza di ogni gusto nella esibizione. Ma la nave va, con ascolti da record e con gli italiani che, dopo aver criticato in lungo ed in largo l'incredibile show, compreranno i dischi e faranno diventare divi gli Scani, i Sonhori, i Mengoni, i Marini. E non c'è da sorprendersi: non hanno fatto diventare primo ministro un venditore di spazzolini?

lunedì 15 febbraio 2010

Facebook de noantri - Cronaca di una sconfitta?


Non potevo farne a meno? Le resistenze alla logica dei consumi di massa mi portano ad un atteggiamento di rifiuto per tutto quello che mi sembra oggetto di uso improprio e spesso di abuso. Pretesa intellettualistica? Se c'è, è assolutamente inconsapevole. Direi piuttosto il tentativo, meritorio, ma non sempre riuscito, di tenersi al di fuori delle logiche imposte dalla mentalità mercantile. Ma, stavolta, non ho saputo resistere e come la monaca di Monza ho risposto, da sciagurato che sono, entrando in Facebook. Per il momento pochi amici e pochi contatti. Fino a diventare fautore del mezzo, aderendo ad un "gruppo" per irretire un amico, normalmente restio e dal carattere particolare. Idea a mezzo tra sfottò e sforzo per far socializzare un soggetto difficile. E se già riuscisse questo proposito dovrei spezzare più di una lancia in favore di uno strumento che, come tutti i mezzi di contatto, può rivelarsi estremamente utile oppure dimostrarsi una gabbia per le menti. Intanto c'è anche Elisabetta, Ester, alcuni amici cari che non abitano a Napoli. Occasione per scambiarsi idee, spunti per organizzare conviviali e quant'altro. Leggo così che alcuni hanno migliaia di amici su FB e che si scambiano ogni specie di mercanzia: filmati, musica, foto, iniziative sociali, inviti per mondanità. Una rivoluzione per chi come me ha ancora il gusto di raccogliere i pezzi di carta, i propri dischi. Siamo solo agli inizi e vedremo il seguito, se ce n sarà uno.

mercoledì 3 febbraio 2010

arbeit macht frei


>> Se se ne parla qualche giorno dopo il 27 gennaio, è per più di una
>> ragione. Da una parte, è difficile scrivere a freddo, dopo essere
>> stati in un lager. Secondo, perché bisognerebbe parlarne tutto l’anno.
>> Altro che giorno: la Memoria andrebbe conservata ogni istante.
>> La Provincia di Napoli ha varato, da alcuni anni a questa parte, un
>> progetto per i licei. L’iniziativa consiste nel portare i migliori
>> allievi di ogni classe in visita ai campi di sterminio di Auschwitz,
>> in Polonia, in occasione delle celebrazioni legate al Giorno della
>> Memoria. Assieme alle delegazioni di molti paesi venuti ad omaggiare i
>> morti nei campi di sterminio e a rifiutare (“Mai più” è lo slogan
>> permanente) la barbarie, anche i giovani napoletani hanno avuto la
>> possibilità di guardare da vicino la più ributtante impresa umana di
>> tutti i tempi. “Il più grande omicidio di massa perpretato dall’uomo”,
>> si legge su una lapide. Auschwitz, Birkenau, gli inferni dai nomi così
>> sinistri sono ancora là, in quella landa remota a pochi passi da
>> Cracovia. E la prima sorpresa, come dice il giovane Salvatore
>> dell’Istituto Galileo Ferraris, è che “sono posti in una terra
>> bellissima. Fredda, desolata, ma dal fascino molto potente. Assurdo
>> pensare a tante atrocità in questo paradiso di sole e neve”. Un
>> conflitto aperto è l'eredità più cruda del Male.
>>
>> La giornata del 27 è divisa in due fasi: la mattinata è destinata alla
>> visita ad Auschwitz 1, dove i prigionieri andavano a lavorare e
>> venivano “accolti” dai loro perversi ospiti dai terminal della
>> ferrovia che finiva nei presi della scritta “Arbeit match frei”. Con
>> la B capovolta dal fabbro ebreo che la realizzò in segno di protesta.
>> Si entra nelle camerate dove i reclusi dormivano a gruppi anche di 12
>> in due lettini, si osserva con raccapriccio la zona latrine. E si
>> resta sgomenti davanti alle migliaia di foto appese alle pareti.
>> Uomini, donne, bambini con occhi sbarrati che guardano dritto alle
>> coscienze con una spaventosa attualità. E in pigiama a strisce. Unico
>> indumento loro consentito, col gelo o i 40 gradi all’ombra d’estate.
>> Le date di ingresso e morte, poste con zelo dai tedeschi in calce alla
>> diapositiva, parlano chiaro: pochi, specie d’inverno, sopravvivevano
>> più di due giorni. Sfilano immagini e molti quadri dipinti nel
>> dopoguerra. Ce n’è uno incredibile: ritrae il ritorno dal lavoro, con
>> una banda costretta a suonare marcette allegre tra gli schiamazzi di
>> SS e kapò. Le guide raccontano che all’inizio i nazisti simulavano
>> buone maniere: raccomandando a tutti di segnare nome e data di nascita
>> sulle valigie. Indicavano poi le camere, e la vacanza nell’incubo
>> poteva cominciare. Quello che segna maggiormente i ragazzi, e che
>> ritornerà nei discorsi della sera, sono “i capelli. Non ci credevo,
>> sono rimasta per un tempo che non saprei calcolare davanti a tutte
>> quelle ciocche. Un orrore”, confessa Ilaria, diciassettenne del liceo
>> scientifico di Sant’antimo. Si riferisce alle molte montagne di chiome
>> che i nazisti strappavano a morti e morituri, per ricavarne stuoie e
>> tessuti. Insieme alle colline di scarpe e spazzole, inserite con
>> drammatica ma efficace scelta dagli allestitori tra le teche del
>> Museo-Lager, costituiscono i reparti più parlanti. O urlanti.
>>
>> Nel pomeriggio la comitiva di professori, alunni, politici e
>> giornalisti si trasferisce a Birkenau, Auschwitz 2. Il luogo delle
>> camere a gas, il regno di Zyklon B. Le torrette di guardia, il filo
>> spinato, la precisione geometrica dei capannoni dell’enorme campo (17
>> volte più grande del primo) lascia senza fiato. E anche qui la rabbia
>> più forte la suscita l'intimità. I bagni. Squallidi buchi in fila, con
>> sotto gabbie di metallo che impedivano ai prigionieri di nascondersi
>> tra i propri escrementi. Immagine mortifera solo lievemente attutita
>> dallo sciamare di bambini di tutto il mondo, pellegrini della
>> religione civile della memoria. Chi si aspettava la Mejdugorie degli
>> ebrei, con speculazioni di turismo e marketing, ne rimane deluso. Non
>> una bancarella né un chiosco, nessuno approfitta del Male per tirarci
>> su qualche soldo. A dirla con la Arendt, sarebbe stato banale. Giusto
>> dei gazebo muniti di stufa per la distribuzione gratuita di the caldo
>> che riscalda gli avventori. Il freddo ruggisce, siamo a -25. Ma c’è
>> tanta gente. Lasciano corone di fiori, stendardi. E non si capisce da
>> dove vengano né importa: Primo Levi scrisse: “da qualunque paese tu
>> venga, qui non sei un estraneo”.
>>
>> Giovanni Chianelli

mercoledì 27 gennaio 2010

a bellezza 'e Napule era o core


Provate a parlare fuori di Napoli chiedendo quali siano i connotati principali del carattere dei cittadini partenopei. Nonostante le imponenti campagne leghiste, restano duri a morire i luoghi comuni di sempre: inventiva, generosità, amore per la musica. Si, in sostanza sentirete ripetere richiami del genere, con varianti che rievocano la superstizione, il senso della famiglia e poco altro ancora. Un ritratto dai colori vivi, di confortante rilievo rispetto a molti possibili paragoni. Entrando qualche millimetro nel merito, emergono realtà dissonanti, tali da richiedere una revisione sui giudizi di massima. Poche sere fa un canale televisivo dava uno spaccato del difficile mondo della sanità campana occupandosi del trapianto di fegato. Al Cardarelli, principale polo ospedaliero del mezzogiorno, esistono due unità dedicate ai trapianti epatici, uno che fa capo al prof. Calise, l'altro al dott. Oreste Cuomo. Due strutture che coesistono sullo stesso piano dell'ospedale napoletano. Già sorge spontanea la domanda sulla necessità di due unità con identica specialità. Potremmo così essere indotti a pensare che i casi da trattare siano tanti da esigere uno sdoppiamento di presidi. Il prof. Calise smentisce questa illazione: in 16 anni di operatività delle divisioni sono stati eseguiti circa 500 trapianti. Poco più di trenta interventi all'anno. Nonostante questi numeri così risicati, due primari con connessi aiuti, assistenti, personale paramedico. Una pletora di dipendenti sulla cui attività giornaliera è lecito porsi più di una domanda. Ma questa è un'altra storia. Quello che si collega alle riflessioni iniziali è una conseguenza delle parole del primario: "In una zona dove le epatiti B e C hanno carattere endemico, abbiamo pochissimi donatori di fegato perché manca la cultura della donazione di organi. Al punto che il 15% dei pazienti in lista di attesa ogni anno muore. Moltissimi trapiantandi si recano nelle altre regioni dove è diverso lo spirito di solidarietà per chi soffre. In Emilia ogni anno vengono trapiantati 500 fegati." Ma la ricchezza di Napoli non era il cuore, come dice la canzone? Un passo indietro: è nozione comune che la maggior quantità di organi da trapiantare proviene dai tragici epiloghi di incidenti automobilistici con vittime giovanissime. Già, perché gli organi utilizzabili debbono essere nel loro pieno vigore. Certo è difficilissimo andare da un padre, da una madre o da altro parente straziato da quanto è successo a chiedere l'autorizzazione all'espianto. Dovrebbe far parte di un senso di umanità da diffondere con ogni mezzo attraverso campagne di opinione non routinarie, fino ad entrare nlla coscienza collettiva. Ad affiancare l'azione pubblica dovrebbero impegnarsi tutti quelli che hanno possibilità di incidere sulle decisioni altrui. Per affermare la nobiltà e l'alto seso civico di un gesto del genere. Parlo di preti, psicologi, vertici di comunità comunque strutturate che possano parlare alle menti di molti.

martedì 26 gennaio 2010

l'ultimo, chiuda la porta


Il sindaco di Bologna ha dato le dimissioni. Travolto dalle feroci polemiche ben orchestrate dalla stampa nemica, Flavio Delbono ha lasciato la carica di primo cittadino della città emiliana, con una dichiarazione che, almeno questa, gli fa onore: "Lascio nell'interesse della città". Siano state le insistenze del suo partito, il PD, o quelle del suo sponsor personale, Prodi, alla fine Delbono ha fatto la cosa giusta; di fronte alle accuse di distrazione di denaro pubblico in favore di una sua ex segretaria ed amante, ha avuto un rigurgito di dignità. Ricordandosi pure che la città che lo ha liberamente eletto si sarebbe sentita tradita da una sua permanenza al timone dell'amministrazione comunale. Non ha preteso di invocare il voto popolare quale legittimazione a distrarre l'erario per sue personalissime passioni. Vengono in mente certe affermazioni di altri sedicenti politici che vanno in direzione decisamente contraria. Non è una colpa quella di essere uomini. Lo è invece voler usare ogni forma di arroganza per giustificare le proprie umane fragilità. Entrando un minimo nei dettagli, forse addirittura nel gossip, Delbono aveva dato il benservito a questa fiamma ormai spenta compiendo una serie di nefandezze. Dapprima il trasferimento della dama in una struttura regionale, poi la disattivazione del bancomat per i prelievi sui conti pubblici, senza aver, come afferma la signora, nemmeno il coraggio di avvisarla. Ma, lei, la Cinzia, che verosimilmente avrà avuto il disinteressato appoggio dei nemici politici del Sindaco, dichiara di non odiarlo e di aver ricevuto la solidarietà di molte altre donne che la avrebbero spinta a tener duro. E, afferma ancora," lo dovevo anche a mia figlia. deve imparare a non farsi stritolare da chi è più forte". Chissà dove erano tutti questi profili di eticità quando la medesima signora faceva prelievi sui conti pubblici, usando il bancomat in modo assai disinvolto. Pensare che un Sindaco si debba dimettere per vicende del genere getta un'ombra inquietante sui criteri di selezione dei politici nostrani. Alla fine, tenuto conto del fango che è emerso in questi giorni, penso che Delbono e la signora fossero una gran bella coppia e ben assortita. E che potevano puntare molto più in alto, se solo fossero stati un po' meno distratti.