
Qualsiasi ruolo della vità è complesso, pieno di aspetti critici e di interrogativi dalle risposte disagevoli. Cercare di fare il padre, il genitore, rientra tra i ruoli difficili, da sempre. La natura non "fa salti" e nemmeno i più accaniti denigratori dell'entità familiare possono immaginare esistenze umane che prescindano dai nuclei d'origine. E se è altrettanto vero che l'evoluzione della civiltà umana deve molto alla negazione della cultura dei padri, mettere insieme rispetto delle tradizioni, istintività dei rapporti parentali, necessità del divenire autonomo dei figli è un puzzle di tutto rispetto. Quanto alle esperienze concrete, personalmente mi rifaccio a quel poco o tanto che so dei miei rapporti coi figli. Apparentemente rapporti sani e funzionanti; diversi, stante la profonda diversità che esiste tra Ester e Giovanni. Con periodi di inevitabile criticità, forse perché non viviamo insieme e perché esiste un fattore madre che non riesco in alcun modo a ponderare. A turno, i ragazzi o la madre, tentano di coinvolgermi anche nelle loro schermaglie. In questi casi mi sembra saggio, oltre che funzionale alla serenità di tutti, tenermi fuori dalla bega spicciola. Ricordo ai ragazzi i loro obblighi di figli che vivono con uno dei genitori, anche in relazione alle età della madre che, per quanto giovanile, incomincia ad avere i segni mentali del tempo che passa. Alla madre ricordo le difficoltà dei due figli, del momento complessivamente difficile, delle loro fragilità connesse a personalità che si possono definire da adulti per alcuni aspetti e da ragazzi per altri. Figli di borghesi, con sistemi protettivi sempre in allarme e mai resi responsabili davvero delle loro vite. Ma detto questo, la cosa che mi ferisce di più è l'accusa, pure formulata in alcuni casi, di egoismo. Per fortuna non riguarda solo me, perché la stessa colpa viene addebitata alla madre. Viva l'Egoismo, dico io, sottolineando la fortuna che ognuno di noi ne abbia la sua quota. Altrimenti gli altri ci dilanierebbeo senza pietà, specie quegli altri nei confronti dei quali nutriamo sentimenti amorosi. Io rifletto sul mio, con la lucidità che l'asperità dell'argomento mi consente. Non credo di avere negato ai miei figli attenzioni, cure, sacrifici materiali. Ritengo di avere orientato le mie scelte personali in relazione agli interessi dei ragazzi. Che poi queste scelte si siano rivelate indovinate ed appropriate mi regala grande soddisfazione. Mi faccio piuttosto altre colpe, quali quella di non essere sempre stato particolarmente lucido, di aver pagato un tributo sin troppo alto alla mia emotività. Ma come si fa ad essere assolutamente distaccati? Sempre dal lato giusto del problema e con la misura di intervento necessaria? Beato chi ci riesce. Io mi sono accettato per quello che sono; e forse è proprio questo il punto di divaricazione. I figli, per la loro età e la loro ridotta esperienza di vita non riescono ancora ad avere un aspetto esterno di se stessi. Vivono ancora nelle loro idee, nei progetti in cui si identificano. Senza tener conto dei limiti personali e dei condizionamenti che la vita impone a ciascuno di noi. Pronti ad individuare in modo feroce le lacune, le debolezze dei padri. Per le loro ci vorrà tempo, se vorranno conoscerle davero.

Nessun commento:
Posta un commento